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Ammutinamento dell’Amistad

A Braccetto con la Storia

Ammutinamento dell’Amistad

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Imbarco e ammutinamento

A l’Havana (Cuba), il giorno del 26 luglio 1839 furono imbarcati sulla nave spagnola Amistad 53 schiavi Mendi, catturati in Sierra Leone, destinati a Guanaja (Esmeralda – Cuba) per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero.

La notte del 30 giugno gli schiavi, guidati da uno degli schiavi Sengbe Pieh (Joseph Cinque), uccisero il cuoco di bordo e il capitano della nave Ramòn Ferrer.

Due membri dell’equipaggio scapparono a bordo di una lancia, e raggiunta l’Havana diedero l’allarme.

Altri membri dell’equipaggio rimasti a bordo furono costretti a dirigersi verso l’Africa.

I membri dell’equipaggio rimasto sulla nave ingannarono gli schiavi, infatti, navigavano di giorno verso l’Africa e di notte verso Nord-ovest.

Cattura e processo

Il 26 agosto 1839, la nave venne abbordata dalla nave statunitense USRC Washington, del servizio navale della finanza statunitense, non molto lontano da Long Island (NY). Gli schiavi furono catturati e portati a New London, nello stato del Connecticut dove la schiavitù era ancora legale.

Il 7 gennaio 1840 gli schiavi vennero processati per ammutinamento, senza tener conto della loro condizione di schiavi il giudice li dichiarò colpevoli;

Una seconda sentenza riconobbe agli accusati lo status di uomini liberi.

Portando la Spagna a rivendicare la restituzione degli uomini (considerati merce) in base al Trattato di Pinckney del 1795, in base al quale la nave recuperata andava restituita ai proprietari.

Il 23 febbraio 1841, il caso venne portato di fronte alla Corte Suprema.

Il 9 marzo 1841 la Corte Suprema decretò lo stato di libertà degli accusati.

Il governo statunitense rifiutò di pagare le spese del ritorno in Africa dei superstiti. Allora un gruppo di abolizionisti raccolse i fondi necessari per noleggiare una nave e ricondurli in Sierra Leone.

Quando tornarono a casa nel 1842 non trovarono le loro famiglie, ma solo le loro case distrutte da altre razzie.

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